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12th January 2017  

STRATEGIE / VENTURE CAPITAL. Sale l'attenzione del capitale privato verso aziende ad alto potenziale



L'Impresa, N.1 - gennaio 2017 - pg. 59 - 11/01/2017 - G.GUE.

Alla ricerca di società digitali e tech, non solo in fase di start-up, ma soprattutto nella fase della prima crescita. La strategia di U-Start, che dal 2014 ha coordinato investimenti per circa venti milioni di euro

I numeri sono ancora contenuti, ma la tendenza è a salire. In Italia il venture capital, cioè il capitale di rischio che investe in attività ad alto potenziale di crescita, non muove masse di capitali tali da poter fare davvero la differenza sul mercato; per dare l'idea, quest'anno si chiuderà con circa 160-170 milioni di euro investiti, contro i miliardi di Londra e Berlino. Tuttavia, il movimento è chiaro e mostra che da parte del capitale privato c'è attenzione verso le società digitali e tech. Di tutto ciò parliamo con Stefano Guidotti, amministratore delegato e, insieme ad Andrea Colombo, cofondatore di U-Start, società di consulenza specializzata nel venture capitai che lavora individuando le giuste opportunità di investimento nel mondo del digitale e le propone poi al club dei propri investitori, perlopiù grandi famiglie imprenditoriali, come, ad esempio, i Moratti e i Marzotto.

A che punto è il venture capital in Italia?

In una prospettiva evolutiva, va riconosciuto che le cose stanno maturando velocemente sul doppio fronte dei professionisti del venture capital, che migliorano il grado di efficacia del loro lavoro, e anche degli imprenditori, che oggi adottano il giusto approccio, magari sono stati all'estero e hanno maturato una valida esperienza in campo Internet, poi tornano in Italia e mettono su la propria start-up, avendo in mente fin da subito mercati più grandi che non il solo mercato nostrano. Detto ciò, rimane forte il gap col resto dell'Europa, soprattutto con le città più attrattive che sono Londra, Berlino, Stoccolma. Basti dire che in Italia nel 2015 il venture capitai ha investito circa 150 milioni di euro, mentre nelle realtà che ho citato siamo sui due o tre miliardi di euro. Proprio non c'è confronto.

Ha citato città, non paesi. Come mai?

Perché anche nel venture capitai in Italia stiamo ricascando nel solito vizio della parcellizzazione. Mentre in Germania c'è un ente di emanazione governativa che si occupa del mondo venture capital e imprese digitali e ha individuato Berlino come realtà su cui puntare e concentrare le energie, da noi ci sono i fondi di emanazione regionale, con la conseguenza che più o meno tutti tendono a ragionare in un'ottica localistica, per essere padroni a casa propria. Facciamo una gran fatica a individuare la città su cui tutti convergano. Anche questo contribuisce al risultato che dicevamo prima dell'assoluta sproporzione delle forze in campo, di capitale come di competenze, fra noi e i veri hub europei. Ma dirò di più. Noi siamo indietro anche rispetto alla Spagna, che muove capitali almeno otto volte superiori a quelli italiani.

Come sono arrivati a questo risultato?

Con un cambio di passo, con cui negli ultimi tre anni hanno puntato sull'efficienza sia del sistema burocratico sia di quello imprenditoriale, adottando un approccio più flessibile. Ad esempio, in Spagna c'è un sistema di pledge fund, un tipo di investimento in private equity in cui gli investitori sostengono e mettono dei soldi su progetti che sono stati individuati e vengono loro presentati da un soggetto terzo, cioè da consulenti. La particolarità consiste nel fatto che l'investitore può decidere di volta in volta se investire nel singolo progetto. Si tratta, in buona sostanza, di una forma che per una famiglia con del capitale da impiegare risulta attrattiva.

Assomiglia molto al vostro modello, quello del club di investitori. E' così?

In effetti, noi fungiamo come advisor per investitori privati, la nostra attività è a monte dell'investimento, facendo scouting, analisi, valutazione, che sono le cose per cui i nostri clienti ci pagano, dunque la nostra fonte di revenue. Dopo aver fatto le nostre analisi in profondità, presentiamo le opportunità a una platea di investitori privati, al momento una ottantina di famiglie equamente suddivise fra Italia e Svizzera. Sono i membri del nostro club, che rispondono a criteri precisi: High Net Worth Individuals con a disposizione dai venti milioni in su e che su ogni operazione mettono dal 5 al 15% del capitale, magari intervenendo su più fronti, insieme ai principali fondi internazionali di venture capitai. Da che siamo diventati operativi, nel 2014, abbiamo coordinato investimenti per circa venti milioni, su un numero uguale di società.

E' chiaro il profilo dell'investitore che cercate. Sul fronte società, invece, cosa v'interessa?

Ci attraggano le società digitali e tech, non necessariamente in fase di start-up, anzi perlopiù nella fase della cosiddetta prima crescita. Abbiamo un approccio agnostico e opportunistico e allarghiamo lo sguardo a tutto il mondo. Tra le società su cui abbiamo puntato sin qui ce ne sono di tedesche, inglesi, spagnole, israeliane, americane e anche tre italiane. Tra queste ultime, c'è Satispay, il sistema di pagamento e di trasferimento di denaro via smartphone.

Tornando agli investitori, vi interessa aprirvi anche al piccolo risparmio?

Direi proprio di no. Siamo molto lontani dalla prospettiva del crowdfunding e temiamo che anche alcuni tentativi che si colgono, ad esempio nella Legge di Stabilità, di spingere il piccolo risparmio privato in direzioni di investimento alternativo possano nascondere dei rischi, un po' sul filone dei bond. A noi interessa il tipo di investitore che sa quello che fa. Va nella stessa direzione anche la partnership con Kairos, che si occupa proprio di risparmio gestito.

A proposito, a che punto siete?

Stiamo completando il percorso autorizzativo, che non ci porterà più alla creazione di una Sim, come era stato previsto all'inizio, bensì di una Sgr. Abbiamo, dunque, deciso per un'operazione di scale-up nella nostra organizzazione. Con questa operazione, ci aspettiamo di avere più presa su canali strutturati nel mondo finanziario. Pensiamo che potremo offrire ai clienti di Kairos, sempre quelli rispondenti al profilo che ci interessa, nuove opportunità per costruire portafogli di investimenti, in un mondo, quello del digitale, che per loro è ancora nuovo. Chi aderirà, confluirà nel nostro club. Coi tempi, dovremmo stare nel primo semestre del prossimo anno.

Continua a emergere che il piccolo vi attrae poco. E una caratteristica di tutto il venture capital, anche per quanto riguarda le imprese selezionate. Come lo spiega?

Ci sono ricerche che evidenziano come la gran parte degli investimenti di venture capital in start-up si concentrano sul solo 5% delle start-up registrate. Posso confermare che le cose stanno proprio così e aggiungo che è giusto che stiano così. Basti pensare che almeno il 70% delle start-up innovative italiane non arriva a fatturare 20mila euro l'anno. Semplicemente non possono essere attrattive. Quindi, per quanto duro nel processo di selezione, il capitale si concentra dove c'è ragione di lavorare. Non farlo significherebbe disperdere ricchezza. E vero che il processo di esplorazione del possibile ne viene un poco sacrificato, ma la situazione è quella che dicevamo prima: in Italia parlare di investimenti di venture capital significa parlare di 150 milioni di euro, che per la fine dell'anno in corso arriveranno verosimilmente a 165-170. Se avessimo 700 milioni di euro, potremmo forse fare ragionamenti diversi.

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